L'abuso dell'Espresso
Manuale per proteggersi da fake news e accuse inconsistenti
La foto di copertina del nuovo numero dell’Espresso ha creato polemiche a non finire. È un’immagine potente che racconta una delle contraddizioni più evidenti del nostro tempo.
Per questo non mi sorprende che una foto simile abbia incontrato resistenze o critiche. Quel che è particolare però è che arriva in un’epoca storica in cui le immagini non sono più considerate necessariamente credibili, in cui la generazione tramite AI è all’ordine del giorno, e soprattutto in cui i luoghi per il dibattito sono spariti e le opinioni sono sempre più polarizzate.
Ma allora come deve comportarsi il giornalismo davanti a una sfida così epocale?
Iniziamo.
🗞️ La copertina
In breve, le cose sono andate così:
Il 9 aprile L’Espresso ha pubblicato un’anticipazione del suo numero 15.
In copertina c’è una foto scattata da Pietro Masturzo che raffigura un colono israeliano vestito da soldato mentre filma col telefono una donna con l’hijab. Il titolo è “L’abuso”.
Nella foto la donna ha un’espressione sofferente e quasi umiliata, mentre il colono ha un ghigno perfido.
L’ambasciatore israeliano in Italia ha accusato l’Espresso di manipolare la realtà e di diffondere “stereotipi” e “odio”.
Online si è anche diffusa l’idea che la foto potesse esser stata generata con AI.
Dal canto loro, Masturzo e L’Espresso hanno garantito che la foto fosse vera, fornendo una serie di informazioni relative al contesto in cui è stata scattata. È chiarissimo che quella foto è vera.
Rimane però un punto essenziale:
In un’epoca come la nostra, come fa la stampa a proteggersi da accuse simili e - ancor prima - dal rischio di ritenere veri dei materiali che non lo sono?
La risposta è semplice sia nell’idea che nella pratica: serve ribaltare il principio di verifica. Che è esattamente quel che hanno fatto Masturzo e L’Espresso.
🧑⚖️ La stampa e i processi
Nel corso di un processo penale esiste un principio noto a chiunque e che è un caposaldo della democrazia: è l’accusa che deve dimostrare la colpevolezza dell’imputato, e se questa dimostrazione vacilla anche poco poco, l’imputato deve essere assolto.
È meglio un colpevole libero che un innocente in galera.
In un’epoca di intelligenze artificiali potentissime, il giornalismo deve fare la stessa identica cosa: è la redazione (o il/la giornalista) a dover dimostrare che quel contenuto (testo, audio, video, foto, quello che volete) è vero. E se questa dimostrazione vacilla anche poco poco, la notizia non deve essere pubblicata.
È meglio uno scoop non dato che una fake news in circolazione.
Ogni altro approccio deve essere rigettato. In primis quello basato sulla verosimiglianza (“abbiamo pubblicato perché sembra assolutamente vero”) e quello basato sulla prova inversa (“abbiamo pubblicato perché nessuno aveva dimostrato fosse una fake news”).
I motivi dietro a un’impostazione così severa sono ovvi:
Se il materiale è vero, è facile dimostrare che sia vero (ed è quello che hanno fatto egregiamente Masturzo e L’Espresso);
Così come esistono tool per contraffare, esistono anche tool per ricostruire e verificare;
Poiché tutti pubblicano tutto, pubblicare solo cose veramente verificate diventa ciò che caratterizza la stampa (e che dunque può consentire alla stampa di guadagnare denaro);
La reputazione della stampa è già ampiamente compromessa. Serve ricostruirla, non affossarla ulteriormente;
A monte di tutto poi c’è una roba di una banalità sconcertante ma che temo serva sottolineare. E cioè che, banalmente, pubblicare cose vere è il nostro lavoro. E così come non serve ricordare a un medico perché è importante che curi le persone, non dovrebbe servire ricordare a un giornalista perché deve pubblicare solo quando si ha la certezza assoluta di un riscontro reale.
Detto questo, credo che la vicenda dell’Espresso abbia anche una nota dolce per chi si informa e per chi di mestiere informa gli altri:
puoi essere potente quanto vuoi. Ma se ho raccontato il vero, la verità emergerà.
🚩 I 3 link interessanti della settimana
1. Il New York Times ha ricostruito con incredibile precisione le ore che hanno portato alla decisione americana di attaccare l’Iran. Siamo davanti a uno dei pezzi più interessanti che ho letto negli ultimi anni.
2. Giorgia Meloni ha dichiarato di aver sospeso il rinnovo automatico dell’accordo di difesa con Israele. Si tratta di un accordo del 2005 in virtù del quale - tra le altre cose - Italia e Israele si scambiano attrezzatura militare. L’accordo non è stato annullato, ma solo sospeso alla luce della violenza dimostrata da Israele. Secondo Il Post, il mancato annullamento è sintomo di “un atteggiamento piuttosto cauto e ambiguo”.
3. Cosa comporta la sconfitta elettorale di Orban in Ungheria.


É difficilissimo fare il giornalista serio in tempi di guerre